Roma.
Racchiusa da mura di pietra e siepi di gelsomini, una villa: struttura neoclassica, decorazioni ora sobrie ora intricate come quelle di un sogno; viali alberati; portici eleganti; copie romane di statue greche sulle terrazze, corpi di pietra che hanno osservato per decenni le vicende umane, guardiani dei segreti, tra molti mondi, molti tempi; un giardino inglese, tutto attorno, così irregolare da sembrare un parco, o un labirinto, coi suoi sentieri nascosti e intricati ombrelli di foglie e tronchi, fiori. Vicino l'ingresso posteriore della dimora, un lastricato, una grande piscina con un gazebo stile liberty, le sdraie, le piante rampicanti.
Villa Britannia.
Suzaku era una persona dall'animo gentile. Aveva avuto un'infanzia dura e combattuta, era rimasto solo molto presto, ma non ce l'aveva con nessuno, neanche col cielo. Una certa dolcezza silenziosa lo rendeva particolarmente attento a tutto ciò che richiedeva amore, aveva ottima memoria per i dettagli, il buon carattere gli accattivava la fiducia dei datori di lavoro, e una capacità di faticare e pazientare facevano il resto.
Aveva iniziato a lavorare per caso per un vivaio, vicino casa, in periferia, poi era stato assunto da una ditta di giardinaggio professionista, ed aveva lavorato così tanto e bene che, quando c'era da mandare un ragazzo fidato a un vecchio amico che lavorava per l'altissima società romana, venne scelto proprio lui.
Un impiego in una residenza come Villa Britannia era un onore oltre che un prestigio. Apparteneva a una famiglia inglese da almeno quattro generazioni, i proprietari erano titolati in Gran Bretagna. Suzaku non sapeva bene cosa aspettarsi, e la pallida idea che se ne fece recandosi lì la prima volta sbiadì all'istante. Lo aveva accolto Massimo, quello che lo aveva richiesto lì, e che lo presentò a uno dei padroni: il fratello maggiore dei quattro (uno con un nome tedesco che Suzaku non avrebbe saputo scrivere), biondo e con occhi azzurro slavato. Era stato molto cortese, e spicciolo. Un benvenuto rapido, poi Massimo lo aveva portato subito a far vedere dove era la dependance di servizio, dove gli strumenti, per infine mostrargli il giardino inglese, accennando i nomi delle piante e le stagioni di fioritura. Suzaku aveva ascoltato tutto in silenzio, memorizzando.
La casa aveva il fascino dell'antico, un posto tranquillissimo, avvolto nel verde e lontana dal caos di Roma, dove le rovine dell'età imperiale sono disseminate come ghiaia.
Le sue mansioni erano invero semplici. Doveva aprire bocca solo con il suo responsabile, non guardare mai la casa, non disturbare i padroni, tenere pulita la piscina, e fare tutto quello che c'era bisogno di fare.
Non c'erano neanche animali nella residenza, e spesso e volentieri era quasi vuota, tranne per il personale di servizio. Tranne quando c'erano le feste. E queste erano di due tipi: quelle del figlio minore e le altre.
Il figlio più giovane, Lelouch, era particolarmente generoso, e decisamente esuberante. Quando invitava gente andavano avanti per tutta la notte, e il giorno dopo il giardino era un caos. Di solito pulire dopo i festini era responsabilità di Massimo. Lavorava lì da quattro anni, e dormiva nella dependance della servitù due notti a settimana, ma la mattina della domenica doveva sistemare i danni dell'esuberanza dei ragazzi: era un lavoro duro, da compiere rapidamente, efficientemente e nella massima discrezione possibile.
Era il 25 Luglio, Suzaku aveva compiuto da poco 23 anni, e si era alzato alle tre di mattina, per stare in Villa Britannia alle quattro meno dieci: Massimo si era ammalato, gli aveva chiesto di sostituirlo la sera precedente.
La richiesta lo aveva un po' sorpreso, nè poteva nascondere a se stesso una punta d'ansia: era una enorme responsabilità... Dopo un anno che vedeva quella Villa sei giorni su sette, non aveva incrociato nessuno dei padroni, limitandosi a fare il proprio dovere in giardino, e lasciando a Massimo e gli altri giardinieri tutta la responsabilità del contatto con gli inglesi.
Aveva accettato, nonostante le riserve: non avrebbe lasciato Massimo nei guai. Si era messo la divisa bianca, i guanti, appeso il cappello alla cintura. Qualche uccello già cantava, il giardino era silenzioso. Sapeva che era stata licenziata all'una tutta la servitù, e che doveva terminare tutto entro le dieci.
Massimo gli aveva raccontato, con un'alzata di spalle, che di solito c'erano poche persone, fuori, a quell'ora, che si lavorava bene senza disturbare nessuno. Così Suzaku aveva iniziato il lavoro, perlustrando prima le parti più lontane della residenza, infine avvicinandosi alla piscina. Stava raccogliendo le bottiglie vuote di vino, birra e superalcolici lasciate ovunque accanto alle sdraie, quando sentì alcuni passi, e delle voci. Tenne la testa bassa. Massimo gli aveva raccontato di non aver mai visto Lelouch da vicino.
Le probabilità che proprio lui quella notte ci avesse a che fare erano pari a zero. Però, se lo avesse visto: salutarlo solo se si avvicinava. Così Suzaku tenne la testa china, un po' per discrezione un po' non interessato a qualunque cosa avrebbe potuto vedere.
Dopo una decina di minuti, comunque, la curiosità ebbe la meglio: di tre persone che c'erano, solo di due sentiva le voci.
Il cielo aveva appena iniziato a schiarire, lampioni a bordo piscina erano tutti accesi, per non parlare delle luci sotto acqua. Vide un ragazzo molto magro, coi capelli scuri, camminare sul lastricato a bordo vasca: aveva una camicia bianca slacciata, i piedi nudi, e una bottiglia di qualcosa in mano, da cui ogni tanto prendeva qualche sorso. Doveva essere lui Lelouch. Suzaku lo sentiva, aveva qualcosa di diverso dagli altri due, una ragazza dalla minigonna inguinale, e un ragazzetto che faceva lo scemo, parlando ad alta voce.
Continuò a raccogliere rifiuti: quanta gente doveva essere stata invitata? Almeno venti persone, guardando ad occhio e croce tutto il lavoro che c'era da fare. La casa era buia e silenziosa, il parcheggio era quasi vuoto, dovevano essere rimasti solo quei due ospiti, assieme al padroncino di casa. Avevano fatto l'alba, poi sarebbero andati a letto, dormito fino a ora di pranzo, per svegliarsi col cibo in tavola, con l'unica preoccupazione di scegliere come spendere soldi nel pomeriggio.
Non provava invidia, o rancore, Suzaku. Si chiedeva solo come poteva essere, vivere così. Non era sicuro che gli sarebbe piaciuto, non era neanche tentato a provare. Dopotutto, adesso stava bene, non aveva problemi economici, il lavoro bastava per molte piccole cose, e per mettere da parte a fine mese.
I tre si sedettero su delle sdraie di legno. Suzaku rastrellò un angolo della piscina, completamente ignorato, come se fosse una pianta, o un vaso, messo lì per arredamento. Ancora due sole voci, la terza, quella di Lelouch, si interponeva solo di tanto in tanto. Suzaku rubò un'altra occhiata: se ne stava reclinato, e aveva smesso di portarsi la bottiglia alle labbra, lasciando l'ennesimo rifiuto vuoto in terra.
Aveva un che di... triste?
Quel tipo di tristezza la conosceva bene. Suzaku scosse il capo, rimproverandosi per pensieri così sciocchi. Il sacco era pieno, piuttosto. Lo chiuse, lo sollevò, tornò indietro, mettendolo da una parte. Fece tutto con calma, sperando che al suo ritorno quei tre fossero dileguati: lo avrebbe messo a disagio dover pulire la parte vicino a loro. Non aveva problemi con l'atteggiamento superiore di quelle persone lì, nessuno avrebbe potuto farlo sentire inferiore. Viveva in un terzo piano in affitto, invece che in una villa da paradiso come quella, e allora?
Quando risalì il vialetto, erano ancora là, ma la scena leggermente cambiata: Lelouch era ora a bordo piscina, guardava l'acqua, e aveva l'aria tranquilla nonostante fosse in una posizione ben precaria e dovesse aver bevuto chissà che schifezza. Gli altri due sembravano per nulla preoccupati.
Suzaku sentì un campanello di allarme, poco prima che Lelouch cadesse davvero in acqua.
E' iniziato tutto per un tuo capriccio.
Io non mi fidavo... era solo sesso. I muscoli gli gridarono di scattare, il cervello lo bloccò lì dove era: non era affare suo, non era affare suo. Ma gli altri due non si muovevano, e avvicinandosi rapidamente alla piscina sentì ad alta voce commenti su abiti di firma che non potevano andare rovinati così. Non si trattenne più, lasciò tutto quello che aveva in mano e si gettò in acqua.
Afferrò l'altro ragazzo, lo strinse al petto, e riemergendo si tenne con una mano al bordo, dandosi una vigorosa spinta con le gambe. Lo sollevò facilmente a bordo vasca, e fu subito fuori, gocciolante e sotto shok per quello che aveva visto. La ragazza cincischiava preoccupata, dava piccoli colpetti alla guancia del giovane moro, l'altro disse qualcosa che il cervello di Suzaku non
volle capire. Sembravano troppo alterati dalla serata e dall'alcool, ma non mostravano una particolare preoccupazione.
Una breve occhiata, tuttavia, fu abbastanza per far preoccupare sul serio Suzaku: Lelouch non si muoveva. Ignorando gli altri due si sfilò i guanti da lavoro, gli prese il viso tra le mani, unì le loro bocche, costringendo l'aria nei suoi polmoni, si tirò su, premette le mani unite sullo sterno nudo, ritmicamente.
Dopo qualche attimo colpi di tosse, Suzaku lo girò su un fianco, vide acqua e vomito espandersi sul pavimento di pietra. Gli tenne una mano sulla fronte, per lenire lo sforzo, e gli carezzò le spalle. Capì perché non gli era pesato tra le braccia: in confronto a lui era davvero molto, forse troppo, esile.
- Va' tutto bene, tutto bene... - dicevano piano le sue labbra, senza che se ne accorgesse.
La ragazza la prese come una rassicurazione verso di lei, si rialzò in piedi, incurante che Suzaku da quella posizione potesse vederle... ehm... tutto.
- Perfetto, allora ci pensi tu? Non c'è nessuno dentro, e noi dobbiamo andare - dissero le labbra glossate, sorridenti. Il ragazzo accanto a lei annuì, e tempo per Suzaku di capire che
davvero stavano mollando il loro amico a un perfetto sconosciuto, erano già lontani.
Le condizioni pietose di Lelouch lo spronarono a non restarsene lì.
Si guardò attorno, sospirando: si trattava solo di portarlo dentro casa, chiedergli quale era la sua camera da letto, al massimo spogliarlo, lasciarlo lì, e tornare giù, a finire quello che doveva. Poteva farcela.
Passò le dita tra i capelli bagnati, lisci, tenendogli il capo sollevato per non farlo sporcare con quella roba puzzolente che aveva tirato fuori dallo stomaco (non era molta, ma chissà cosa aveva mandato giù, era un odore terribile).
- Va' tutto bene, ci sono io. - disse, stavolta con più decisione. Occhi d'un colore strano, assurdo (
viola!) si posarono su di lui, sfocati. Suzaku lo prese in braccio, tenendolo stretto in modo quasi possessivo. Lo sentiva tremare dalla debolezza e lo spavento. Di sicuro stava sentendo freddo, tutto bagnato com'era.
Gli face tenerezza. Dava una festa per
quella gente, quegli schifosi. Che avrebbero aspettato, che affogasse? Era più sconvolto di quanto credeva lui stesso. Nessuno avrebbe dovuto vivere così.
Seguì il vialetto di pietra, fino all'ingresso, che era rimasto aperto. Concentrato sull'indovinare al più presto un bagno, fece poca attenzione alla casa piena di cose, nell'ombra notturna. Erano accese alcune lampade, il salone era drammaticamente in disordine, c'era anche una sala con il biliardo, le stecche erano traverse, le palle in disordine sul velluto verde, e c'erano bottiglie, cartoni, bicchieri disseminati davvero ovunque.
Suzaku si chiedeva come avrebbe potuto la servitù riordinare tutto entro ora di pranzo. Sapeva che non avrebbero potuto mettere piede in casa fino a mezzogiorno, per tassativo ordine di Lelouch, che dopo le feste dormiva e non voleva sentire rumori in casa... Che disposizioni assurde!
Guardò il viso semi-incosciente del ragazzo che stringeva tra le braccia, e invece della rabbia, gli venne il pensiero
l'ho baciato.
Un bacio, uno solo. Ed era stato per salvargli la vita! Non è che se la sarebbe presa, vero? Probabilmente non avrebbe ricordato, ma i cosiddetti amici glielo avrebbero fatto presente, eccome!
Suzaku maledisse la sfiga, ma finalmente trovò un bagno. Gli chiese scandendo bene se doveva vomitare ancora, Lelouch, seduto sulla tazza a tavoletta abbassata, scosse il capo, tenendolo ben poggiato alla parete. Purtroppo Suzaku non era nuovo a dover assistere ubriachi. Era convinto che non avesse buttato tutto fuori, ma lui non era mica la tata, doveva solo riportarlo a letto, e lì finiva.
Gli tamponò i capelli, energico e delicato al tempo stesso, poi il viso. Prese un telo, se lo mise riverso su una spalla, e poi un secondo, in cui avvolse il corpo magro. Lo riprese in braccio, certo che non fosse in condizioni di camminare.
Lelouch bofonchiò qualcosa di indistinto, Suzaku si limitò a rispondere.
- Una dormita e starai meglio. Dov'è la tua camera? Piano di sopra?
Arrivò una risposta coerente. Su per le scale, quinta a sinistra. Lelouch tenne piegata la testa sulla sua spalla, e Suzaku salì lentamente gradino dopo gradino, per non strapazzarlo troppo: Lelouch era in condizioni già sufficientemente pietose, anche se ci si era messo con le proprie mani.
Si aspettava la stanza in disordine come il resto della casa, invece era pulita, ordinatissima. Probabilmente, non aveva permesso a nessuno di entrarci. Per aprire la porta aveva dovuto fargli mettere i piedi in terra, sostenendolo con un braccio attorno la vita.
Accompagnò i suoi passi fino al letto, gettò di traverso l'asciugamano bianco, morbidissimo, lasciò che vi si sdraiasse. Cercò una luce piccola da accendere, scelse quella sulla scrivania.
Lelouch era supino, su un fianco, la testa vicina ai piedi del letto, rannicchiato come un animale ferito.
Bene, ora poteva andare. Ora... Suzaku gli battè le dita sulla spalla, piano.
- Devi spogliarti e dormire, d'accordo?
- Mhm mhm.
Rispose quello annuendo, senza aprire gli occhi, sfregando la guancia contro l'asciugamano, come per scavarsi un guanciale più comodo.
Suzaku aprì la bocca, fece per parlare, la richiuse muto. Scosse il capo, arrabbiato contro se stesso (sapeva che in un modo o nell'altro quella cosa avrebbe portato
guai), però non potè fare a meno di mettersi a spogliarlo: la camicia, la cinta, i pantaloni... Oddio, era senza biancheria intima. Suzaku arrossì, cercò di non guardare, tamponò gentilmente la pelle, asciugandolo. Gli massaggiò i muscoli intorpiditi, cercando di ridargli sensibilità e calore.
- Alzati, devi stenderti sotto le lenzuola.
Come immaginava, era inutile. Lelouch rimase dove era, e gli scoccò anche un'occhiata confusa, ma abbastanza precisa per fargli sospettare che stesse tornando, seppur lentamente, in sé. Era meglio sbrigarsi e dileguarsi. Scostò le coperte raggomitolate sotto il materasso e il cuscino, lo prese ancora tra le braccia, e lo adagiò col capo sul guanciale, rimboccandogli le lenzuola. Così doveva andare bene. Lo osservò e lo trovò così bello che, stupidamente, sarebbe rimasto volentieri a guardarlo riposare.
Stupido, davvero.
Ma il sesso è un'attitudine
Come l'arte in genere
E forse l'ho capito e sono qui.
Era bello come poche cose Suzaku avesse mai visto.
Non voleva solo vederlo dormire.
Avrebbe voluto ben altro. E lo aveva anche baciato. Che sapore avevano quelle labbra? Il cloro gi aveva impedito di sentirlo. Non lo avrebbe mai saputo. Ma l'aveva baciato, baciato...
Girò il capo, impedendosi di vederlo ancora, puntando gli occhi sulla lampada accesa. Prima che potesse muoversi però, si sentì afferrare la mano. Con reticenza si voltò di nuovo.
Gli occhi violetti di Lelouch erano fissi nei suoi, sembrava essersi ripreso, e non era più così pallido.
Lo costrinse ad ingoiare la saliva improvvisamente abbondante. Aveva toccato quella pelle fino a un paio di minuti prima, attraverso l'asciugamano. Come era sentirla sotto le dita, la bocca? Come avrebbe gemuto, goduto?
- Cosa è successo?
- Avete bevuto un po' troppo, fatto un tuffo in piscina. Ora siete in camera vostra.
Provò a sfilare le dita da quelle del principino, inutilmente. Non osò insistere. La cosa stava iniziando a turbarlo troppo, non gli piaceva, ma non riusciva a staccarsi. Era ormai abituato alla propria imbranataggine, non restava che essere paziente.
- Ah sì? E tu mi hai portato qui.
Annuì, non fidandosi della propria voce. Non sapeva avere a che fare con quella gente, non li capiva, non aveva intenzione di cominciare a pensare. Lui lavorava lì e basta.
Lelouch si toccò il capo, con l'altra mano, contraendo i lineamenti in una smorfia di dolore.
- Coca Cola.
Fece un vago cenno verso un punto della stanza, Suzaku colse al volo l'occasione per interrompere il caldo contatto tra loro. Vide una lattina su un mobile, la aprì, e gliela porse. Lelouch si sollevò su un gomito, bevve tutto d'un fiato, leccandosi le labbra. Gliela sfilò di mano, risparmiandogli la fatica di parlare ancora.
- Devo andare signore. - disse asciutto, guardando la porta - Rimettetevi.
- Suzaku?
Colpito, fu costretto a guardarlo ancora. Lelouch sorrideva.
- Come sapete il mio nome?
- Chiamami Lelouch. Ho sentito Massimo chiamarti, l'altro giorno.
- Ma...
- Suzaku, mi chiedevo una cosa.
Scusa sai se provo a insistere
Divento insopportabile.
Era il momento della sua vita che Suzaku avrebbe sempre ricordato come:
via di fuga gettata al vento. Avrebbe dovuto scuotere il capo, dire qualcosa di circostanza (il che gli sarebbe stato impossibile, non era proprio
capace), uscire dalla stanza e poi dalla Villa, recuperare i guanti in giardino, continuare a raccogliere bottiglie e rifiuti, riordinare, poi staccare, andare a pagare le tasse alla posta, tornare a casa, cucinarsi qualcosa, dormire qualche ora, vedere cosa c'era al cinema, andarselo a guardare, cenando coi pop corn, poi alle dieci a letto, perché il giorno dopo aveva un'altra giornata di lavoro.
Invece era rimasto lì, ad ascoltare.
Ma ti amo... ti amo... ti amo
Ci risiamo... vabè, è antico, ma ti amo.
E scusa se ti amo e se ci conosciamo
Da due mesi o poco più- Verresti a letto con me? Non credo che dovrei pagarti.Suzaku aveva fatto tante cose umilianti in vita sua, ma mai, mai, si era sentito umiliato come in quel momento.
E scusa se non parlo piano
Ma se non urlo muoio
Non so se sai che ti amo....
Ricordava di aver mormorato qualcosa in risposta, con la voce che tremava.
E scusami se rido, dall'imbarazzo cedo
Ti guardo, fisso e tremo
All'idea di averti accanto
E sentirmi tuo soltanto.
Le parole gli erano uscite irregolari di gola, come una risata spezzata. Era un deliro da sbronza. Non significava niente.
Non avrebbe significato niente con o senza sbronza.
Le difese di Suzaku si erano chiuse a riccio, in modo violento. Non solo il suo orgoglio, ma qualcos'altro, qualcosa che non avrebbe dovuto essere coinvolto con un estraneo: i suoi sentimenti. Cosa voleva mai Lelouch? Seduzione? Divertimento o, peggio, scherno? Bisogno d'affetto? Che poteva saperne lui?
Che si prova quando quella che si crede una corazza si scioglie in un istante, come una lastra di ghiaccio spessa solo un millimetro?
Avrebbe volentieri fatto sesso con lui...
E sono qui che parlo emozionato
... Sono un imbranato.
... solo sesso.
Quello che era uscito dalle labbra di Suzaku non era neppure lontanamente vicino a ciò che avrebbe ricordato in seguito, ovvero: un piccolo sussurro. Era stata, in realtà, una risposta brusca e mezza urlata, furiosa, indignata.
Ciao... come stai? Domanda inutile!
Ma a me l'amore mi rende prevedibile.
Il giorno dopo, mentre raccoglieva frutta da uno degli albicocchi, si era avvicinato proprio lui, Lelouch. Gli fece alcune domande sull'incidente della notte, Suzaku rispose a monosillabi o poco più, stando sulle proprie. Evitò di chiedergli come si sentiva, per delicatezza più che per indifferenza. Si limitò a rispondere e basta, in cima alla scala, tastando a mani nude i frutti per decidere quali erano maturi, e quali no. Sotto il cappello da lavoro gli brillavano occhi verdi, accesi dalla luce intensa e dalla concentrazione, il sudore gli scivolava sulle tempie: l'attaccatura dei capelli castani era bruna, e l'umidità del sudore li rendeva leggermente mossi.
Faceva davvero caldo, e la vicinanza dell'altro ragazzo lo faceva agitare. Evitava di guardare giù, tranne che quando gli rispondeva, con un educato
signore ad ogni frase, ignorando volutamente la richiesta fatta da Lelouch a dargli del tu, la notte prima. Suzaku non capiva se Lelouch ricordava, e quanto, e cosa: si comportava come al solito, non chiese di essere chiamato per nome, nel suo atteggiamento non c'era la minima ombra di vergogna o pudore. Era abbastanza per placare i dubbi di Suzaku.
Rimase solo una sorda tensione, mentre lui continuava a tastare piano le albicocche, frugando tra i grappoli e le foglie. Lelouch taceva, lo stava guardando, Suzaku cercò di non farsi vedere imbarazzato.
Con il sole a picco non c'erano ombre a velare niente, nè un filo di vento. Era una giornata perfetta per starsene sdraiato sulla sabbia, in riva al mare, senza pensieri nella testa e solo le pulsazioni del proprio corpo.
Era tutto immobile, tranne le api e il frinire assordante delle cicale.
- Passamene una.
- Ho le mani sporche, signore - replicò, sperando bastasse a dissuaderlo.
- Non fa niente.
Suzaku guardò il cesto, cercò la più bella e distese il braccio tenendola in punta di dita. Gli occhi incontrarono quelli di Lelouch, e anche le loro dita si toccarono. Una scossa elettrica gli attraversò la schiena, si affrettò a riprendere quello che stava facendo.
- Mhm, è buona - sentì, assieme ai suoni delle labbra e della lingua che gustano qualcosa di molto gradito.
Non resistette, roso dalla curiosità, e finì per voltarsi: così colse quell'espressione. E rimase bloccato.
Un rivolo di succo, al lato destro della bocca. Colava, mentre qualcos'altro bloccava ogni pensiero di Suzaku. La mente vuota, fissa a quel gesto, a quella lingua che, infingarda, saettò, cogliendo veloce il liquido della tentazione.
Lelouch riaprì gli occhi, si morse il labbro inferiore, sorrise: - Perché non mi lasci questo cesto all'ingresso davanti la piscina?
Suzaku aveva annuito, aveva aspettato che l'altro si allontanasse per sfilarsi il cappello, passarsi il dorso della mano sulla fronte. Sui polpastrelli aleggiava la sensazione di quel tocco, così leggero che avrebbe potuto immaginarselo. Era il caldo, probabilmente. Forse era meglio fare pausa. Lavorò con più lena, per finire almeno quell'albero. I suoi movimenti erano precisi come prima, ma la testa era altrove.
Finito tutto, scese dalla scala, prese il cesto. Tenne gli occhi bassi approcciando la villa, temendo che Lelouch potesse guardarlo dalla finestra della propria stanza. Previsione sbagliata: sentì rumori in acqua, si diede dell'idiota per non aver notato subito i vestiti che, poco prima, Lelouch indossava, ora abbandonati alla rinfusa su una sdraia.
E Lelouch emerse dall'acqua, incrociando le braccia sul bordo, guardandolo con un sorriso sfrontato. Peggio ancora, si tirò su, si sedette a bordo vasca, rannicchiò le gambe magre al petto e si mise in piedi. Grondante e completamente esposto se non per il costume, camminò sull'erba, fino a metterglisi davanti.
Suzaku non aveva osato fare un passo.
Lelouch gli poggiò una mano bagnata sulla fronte, prevedendo la reazione dell'altro, che quasi si scansò.
- Voglio solo rinfrescarti - gli disse, toccandogli le guance.
La pelle di Suzaku scottava, era abbronzata e sudata, Lelouch gli tenne la parte alta del collo tra i palmi, sentendo pulsare rapidamente il sangue. L'altro non poteva fare niente, con quel cesto di frutta in mano.
E Lelouch sapeva che non lo avrebbe lasciato cadere.
Accostò le loro labbra. Un gesto quasi infantile, spontaneo.
- Grazie per stanotte.
Gli sfilò il cesto dalle dita che non fecero opposizione, baciò la guancia e sparì dentro casa.
La piscina era lì, specchio accecante e silenzioso.
Le onde lasciate dal corpo di Lelouch erano scomparse, ma non la sua presenza.
Note di pianoforte si intrufolarono costantemente nell'aria, per tutto il pomeriggio.
Non fece che pensare a lui.
Parlo poco, lo so è strano, guido piano
Sarà il vento, sarà il tempo, sarà... fuoco!
E scusa se ti amo e se ci conosciamo
Da due mesi o poco piùNon lo aveva più visto, neppure da lontano.
Non c'erano state più feste.
Dopo un paio di mesi dall'ultima, Lelouch, in silenzio e senza dire niente, gli montò dietro sul motorino, casco in testa e vestiti ordinari. Suzaku, che era stato sovrappensiero, si voltò stupito, mani sul manubrio. Come sempre si era lavato nella dependance dei collaboratori domestici, dopo un pomeriggio passato a fare avanti e indietro nel parco di Villa Britannia, a testa china e mani mai ferme, gli occhi vigili sui dettagli.
Era Settembre, una di quelle serate romane d'autunno che il vento è ancora caldo e la notte è solo tua.
Suzaku aveva capito. Aveva acceso ed era partito. Il suo era un 125 un po' vecchio, tenuto con cura. Lentamente percorsero il viale della Villa, diretti al cancello. Lelouch usò, per aprire, il proprio telecomando, lo infilò nella tasca della giacchetta scura, richiuse la zip. Poggiò le mani sui fianchi di Suzaku, restando morbido e rilassato mentre lui guidava. Percorsero la via lastricata dell'Appia Nuova, dove solo scooter e macchine avevano accesso, e gli alti pini scandivano le passeggiate a piedi o su due ruote.
Suzaku aveva una guida molto prudente, e la meraviglia del tramonto in quella parte di Roma gli dava ancora meno motivi per affrettarsi. Il silenzio tra loro, poi, era unico, e non avrebbe voluto rovinarlo per nulla al mondo.
Arrivò alla fine della via, si fermò, guardando a destra e a sinistra per immettersi in strada. Fu colto da un dubbio.
- Dove?
- Verso Trastevere, ti va di cenare lì?
E scusa se non parlo piano
Ma se non urlo muoio
Non so se sai che ti amo...Le ore passarono.
I giorni passarono.
Fecero così tante volte sesso da perdere il conto.
Gridarono il nome l'uno dell'altro, al culmine del piacere.
Lelouch litigava con la famiglia, Suzaku lo aveva capito da alcuni piccoli dettagli. La conferma a fine Novembre, col duplice licenziamento, da Villa Britannia e dal posto di lavoro in ditta. Il ragazzo reagì con un'alzata di spalle, pensando alle bollette da pagare e alla tredicesima che non sarebbe arrivata. Partire o fare qualunque cosa per Natale, era impossibile.
Non era riuscito a parlare Lelouch prima di lasciare la Villa per l'ultima volta.
Lo aveva cercato al cellulare, spento.
Aveva lasciato un messaggio in Segreteria. Tre sms entro la serata.
Il cuore gli era caduto sotto i piedi, gli erano tremati gli angoli della bocca, ma non aveva osato piangere. Per cosa? Per una relazione del genere, qualcosa che sapeva benissimo che non era... nulla...
Si era preparato un piatto di spaghetti burro e parmigiano, se li era dimenticati in pentola, erano venuti uno schifo, e li aveva appena toccati. In pigiama aveva acceso il televisore. Avrebbe dovuto controllare Porta Portese, o internet, o come minimo mettere su le lavatrici. Lo avrebbe fatto immediatamente, il vecchio Suzaku abituato ai calci allo stomaco, a non perdersi d'animo, a risollevarsi con un sorriso.
Il Suzaku prima di Lelouch.
Questo, guardava il televisore con occhi spenti. Era di nuovo solo, come lo era sempre stato, era solo peggiorato perché... Adesso la solitudine pesava, era insopportabile. Stringeva un cuscino, a gambe incrociate sul divano, lo stringeva forte. Vi affondò il viso, cercando l'odore di Lelouch.
Meno male che non aveva cambiato le lenzuola, meno male, non lo avrebbe sopportato, di perdere anche quello, perdere come aveva perso Lelouch... Come non aveva
mai potuto stringerlo davvero a sé, capirlo davvero, parlarci. Costringerlo ad aprirsi, a dirgli quello che provava, a fargli confessare che era solo sesso, e niente più.
Non era bravo in quelle cose, Suzaku. Per niente.
Era un imbranato. E lo sapeva. Non avrebbe dovuto infilarsi in quella storia, mai lasciarsi coivolgere da lui, mai perdersi nei loro giochi, nel suo calore, godere nella sua bocca e guardarlo sonnecchiare dopo che avevano finito, con le mani tra i capelli scuri, gli occhi violetti che appena brillavano paghi tra le sopracciglia.
Tutti dettagli, che tornavano alla memoria, tutti insieme, stordendolo.
Suonò il citofono, si alzò, aprì senza chiedere chi era. Probabilmente era il solito Signor Luciano che, nell'alto dei suoi 80 anni, si sbagliava ogni volta, e invece di citofonare alla figlia citofonava a lui. Doveva essere tornato prima dal torneo di carte al bar.
Era tornato in cucina, cercandosi qualcosa di forte da bere. Con una sbronza era iniziata, con una sbronza doveva finire, no? Era un modo degno di concluderla.
Solo una sbronza.
Si stava versando un bicchiere di Vodka alla fragola (che avevano comprato, santo dio,
insieme), che suonò anche la porta. Rovesciò qualche goccia sul tavolo della cucina, si guardò attorno stranito, non comprendendo. Lasciò tutto lì, corse alla porta, tolse il chiavistello, aprì.
Era Lelouch, con uno zaino sulle spalle.
Fece per entrare, anche senza permesso, Suzaku lo bloccò, guardandolo negli occhi. Aveva l'aria seria, terribilmente seria.
E scusami se rido, dall'imbarazzo cedo
Ti guardo fisso e tremoLelouch si sentì insicuro, come mai in vita sua. E allo stesso tempo non aveva mai desiderato nulla con più forza, per nient'altro avrebbe combattuto, fino all'ultimo respiro.
Sprofondò negli occhi di Suzaku. Le parole che si era preparato, se le era dimenticate all'istante.
Hai un'aria orribile avrebbe detto l'altro Lelouch, cercando di rompere il ghiaccio.
Questo, sorrise, un sorriso sul punto di piangere.
- Suzaku? Mi chiedevo una cosa... Lo so che è una follia, ma possiamo vivere insieme? La casa all'Eur, è intestata a me. Ho parte dei ricavati dell'attività, e un po' di soldi da parte. E ho quasi finito l'università.
Silenzio. Lelouch continuò:
- Lo so cosa stai pensando...
- No, non lo sai.
- Ti amo Suzaku.
All'idea di averti accanto
E sentirmi tuo soltanto
E sono qui che parlo emozionato
...E sono un imbranato ...Suzaku lo strinse tra le braccia. Lo zaino cadde a terra, con un tonfo morbido. Tirò dentro entrambi, chiuse le porta, vi spinse contro Lelouch, baciandolo con tanta dolcezza appassionata che le ginocchia cedettero a tutti e due, e ancora stretti si baciavano, ancora e ancora, sul pavimento, finché Suzaku non lo prese in braccio. Direzione? Camera da letto.
E poi?
A serata inoltrata, Lelouch si alzò, per cucinare qualcosa. Erano così felici che parlavano a singhiozzi, per frasi spezzate. Così felici che ci volle un'ora per tirare fuori quella semplice cena, tra un bacio, una carezza, una battuta e un abbraccio.
Suzaku continuò ad essere un po' imbranato, e Lelouch non chiedeva nient'altro dalla vita.
Edited by karura - 25/7/2009, 01:53