Parte 2/2
Il grande desiderio d'un cuore inquieto
è di possedere interminabilmente
la creatura che ama […]
Albert Camus
Amavo mia moglie.
Dolce come nessun'altra, riempiva la mia vita.
Non volevo altre che lei, come madre dei miei figli.
Ma lui veniva a farci visita, almeno una volta alla settimana.
Non riuscivo a stargli accanto.
Rischiavo di vacillare.
In balia, rimanevo nascosto, uscivo di casa, lo evitavo il più possibile.
Lo tenevo distante, gli parlavo di rado.
Quando Euphemia diede alla luce mia figlia, lui era lì.
Attesi che se ne andasse, dirigendomi poi da Nunally.
Una bimba splendida e fragile.
Come sua madre.
«Lelouch ha fatto un buon lavoro, non credi? »
Sorrisi alle due donne della mia vita.
Ignorando il lacerato urlo del mio cuore.
Odiavo le feste.
Quelle in cui tutti palesavano sorrisi ed allegria.
Quelle dove l'ambrosia era sostituita da sciocchi intrugli colorati.
Odiavo le feste, odiavo chi ne prendeva parte.
Finché non giunse un'epistola dalla Regina stessa.
Estrinsecava con garbo il timore della Corona per una situazione assai problematica, costituitasi a Londra negli ultimi mesi d'autunno.
Molti nobili, conti e duchi perdevano la loro compostezza nella notte, partecipando a quei baccanali, privi di freni sociali, ricchi di lussuria sfrenata.
Rintracciare ove si svolgevano simili feste non era affatto difficile.
Sospirai, lo specchio rifletteva la mia figura nerovestita, sfiorata dalle luci calde del tramonto. Sistemai il fazzoletto che portavo al collo, lo nascosi in parte sotto la giacca. Posi l'orologio da taschino nel giustacuore. Insieme a questo, una pistola, piccola nelle sue dimensioni.
Calzai stivali in pelle nera, controllai che la cintura non stringesse troppo i fianchi, nascosi il mio anello, simbolo del mio ruolo, indossando guanti morbidi.
Fuori dalla finestra, un tramestio indistinto annunciava la venuta della mia carrozza personale.
Il caldo soffocante, l'aria viziata, il rimescolio di profumi.
Gonne che passavano veloci accanto, maschere che regalavano misteriosi sguardi.
La lacrima rossa era tra loro.
Ballava con le donne, interloquiva con i messeri.
Io lo fissai, rapito, incapace di adempiere con coscienza ai miei doveri.
Mi vide, per un istante parve riconoscermi, ma era solo mia illusione.
Nelle sue mani, l'ennesimo calice della serata.
Doveva essere quantomeno ebbro, mi convinsi.
Di lì a poco, notai le sue leggere moine ad un uomo.
Un uomo che, con mio sommo stupore, mi somigliava.
La giovane compagna di questi pareva nervosa, davanti ad una simile situazione.
Discreto, mi avvicinai, prendendo per mano colui che in molti chiamavano Monsieur Red.
Lo condussi lontano, senza ricevere da lui resistenza.
Solo quando fummo soli mi voltai a fronteggiarlo, togliendo la mia maschera di piume.
Lui fece altrettanto con la propria, la mano tremante che faticava a compiere tale gesto.
Davanti a me, apparve la disperazione.
Piangeva, incessante.
Nascondeva il viso tra le mani.
Piangeva, silente.
E, come d'incanto, le sue labbra furono mie.
Mi chiamava.
Pronunciava il mio nome, ogni secondo, ogni attimo.
Io non proferivo verbo.
Lo possedevo, come fosse stato l'ultimo giorno della nostra misera vita.
Ed appagavo i miei sensi, i miei capricci, dimentico del mondo.
Dentro una camera che non ci apparteneva.
Immersi nelle tenebre, nella nostra agonia.
Sfiorando, ferendo, annullando: noi stessi.
Amavo il rosso.
Il rosso di cui lui si vestiva.
Amavo il rosso, per amare lui.
Venne da noi due giorni dopo.
Mentre lavoravo nel mio ufficio, contemplavo la sua figura accanto a mia moglie.
Allegro, giocava con le bambine, scherzava con loro, le sfiniva, o loro sfinivano lui.
Sembrava felice.
Sfiorai il vetro della finestra, fingendo così a me stesso di sfiorare quel corpo.
Non ricordava.
Lo sapevo.
E di questo io gioivo, perso nell'illusione che io stesso avevo creato.
Ma quando scesi in giardino, quando lo vidi guardarmi con quell'espressione innocente, quando lo salutai con garbo e lui fece altrettanto...
La mia anima urlò il proprio dolore.
Il mio cuore smise di battere, tradito.
Il mio spirito si chiuse, custodendo una notte di peccato come ricordo più importante.
Divenne conte.
C'incontrammo.
Impacciato, cercava qualcosa da dire, mentre io lo guardavo.
Lo divoravo con gli occhi.
Ne prendevo pieno possesso.
Poi cominciò a parlare, regalandomi la sua voce.
Sorrisi, gli risposi, per puro capriccio lo misi alla prova.
Non riuscii a trattenere il mio stupore, nello scoprire che sapeva già quanto gli era dato sapere.
« Sembra quasi che tu non abbia bisogno di me » celiai.
Lui si bloccò, arricciando una ciocca al dito indice.
Era così dolce.
Così fragile.
Non mi era concesso amarlo.
Ma potevo lavorare con lui.
Ogni giorno.
Si sposò.
Non capivo quella sua scelta.
Mia moglie era felice, io palesavo il mio consueto buonismo.
Dentro, mi sentivo tradito.
Il mio cuore si apriva e l'istante dopo si serrava.
Come una bandiera, andava nella direzione in cui lui, nessun altro se non lui, voleva.
Quando stava per diventare padre, l'esonerai dal lavoro.
Ma lui si oppose, voleva aiutarmi comunque.
Non capivo perché.
E quando lei morì, insieme al loro figlio ancora in grembo, un angolo di me esultò.
Quell'angolo malvagio, lo stesso che regnava nel mio cuore quando avevo una missione a cui adempiere.
Non mi pentii di quella gioia malsana.
Che lui soffrisse, lo sapevo.
Non lavoravamo più assieme.
Mia moglie, apprensiva, aveva chiesto di esonerarlo da simili pesi.
Acconsentii, lui non sembrò battere ciglio.
Riversò le sue doti in attività svolte per altri, che non ero io.
Eravamo ormai distanti.
Nulla ci legava l'uno all'altro.
Finché non venne il decimo compleanno di mia figlia.
Euphemia riuscì a convincerlo a venire, con mio grande stupore.
Cominciò a preparare ogni cosa per la festa, ordinando pietanze dalla città, decorando di ogni colore la nostra casa.
Io camminavo tra la servitù, mirando con distacco tanta opulenza.
Tutto mi pareva distaccato.
Non ne comprendevo il motivo.
Il fuoco divampò rapido, cogliendo impreparata ogni persona.
Divorando le mie carni, lo vidi uccidere mia moglie, poco distante da me.
La mia vita si spegneva, mentre lui divampava.
Strinsi la mano attorno a quella reliquia, respirando le fiamme.
« Morte, non posso ancora abbandonarmi a te. »
Una creatura apparve, occhi neri come la notte, capelli bianchi come la neve.
Ritta tra l'incendio dilagante.
« Diventa mio servo, allora. »
Mano di carbone si protese verso di me.
Allungai le dita, verso Lei.
Edited by karura - 22/9/2009, 23:14